martedì 3 novembre 2009

STEFANO CHE MUORE SENZA UN PERCHÉ!!

Stefano è stato picchiato. Stefano è stato lasciato senza cure. Stefano è stato lasciato solo. Non gli hanno permesso di vedere i suoi genitori, sua sorella nemmeno un minuto. Sono passati giorni e giorni e lui muore completamente sfigurato, dimagrito da 43 a 37 chili. Aveva 31 anni, lavorava col padre come geometra nello studio di famiglia. La sera del 16 Ottobre scorso si imbatte nei carabinieri che lo arrestano perché ha in tasca 20 grammi di marijuana.
Lo portano a casa sua per una perquisizione: sta ancora bene. Saluta suo padre all’udienza per direttissima del giorno dopo e già qui cominciano a vedersi dei segni sul suo volto. Ha il volto così tumefatto che viene visitato dal presidio medico del tribunale. Poi fa il giro del Fatebenefratelli per delle radiografie dove gli riscontrano delle vertebre fratturate.
Ma poi tutto diventa ancora più nebuloso, impercettibile e l’ultima immagine di Stefano è quella diffusa dai giornali oggi: un viso irriconoscibile, un corpo dove palesemente la violenza di qualcuno ha agito fino a renderlo esanime.
E ancora una volta tocca scrivere di storie di brutalità, di pestaggi e di chissà cosa d’altro non provocati da risse tra bande rivali come le “gangs of New York”, ma avvenuti nel mentre il giovane arrestato è appunto in potere dello Stato, nelle sue mani, nella sua – così dovrebbe essere – “custodia”.
E un detenuto, per diritto, è sacro, inviolabile, a cominciare dalla fase degli interrogatori: la Costituzione, quella stupenda carta che diventa sempre più “straccia” a causa delle politiche delle destre e del ritorno di fiamma conservatore e xenofobo di tanta parte del popolo italiano, non consente non solo atti di violenza, ma neppure atti moralmente offensivi, ossia insulti e schernimenti che ledano la dignità del presunto reo.
Sappiamo benissimo che questa parte della Costituzione è nei record di violazioni quotidiane. E sappiamo benissimo che è nel triste DNA del cameratismo poliziesco, in quella beffarda definizione di “forze dell’ordine”, una costante propensione all’utilizzo di mezzi e parole che sono violenti, che sono intimidatori, che sono tutto tranne che i termini di garanzia previsti per un arrestato.
Stefano muore, dunque. E questo è il fatto. E muore senza un perché, visto che non è ammissibile finire in una bara per la detenzione di 20 grammi di “Maria” e che neppure la peggiore delle leggi proibizioniste avrebbe come pena la morte per un fatto simile.
Eppure Stefano muore. Come Federico Aldrovandi, come Aldo Bianzino. Muore non di morte naturale, ma di morte violenta. E allora, la domanda dei genitori e di sua sorella è un dito puntato davanti agli occhi dello Stato: “Chi ha ridotto così il nostro Stefano?”.
Qualcuno, per favore, risponda. Lo faccia lei Signor Presidente della Repubblica, perché noi, come vede, scriviamo questi articoli come epigrafi sulle tombe di giovani ragazzi che non possono essere uccisi dalla Repubblica, dalle sue Istituzioni, dai suoi Enti che devono invece prendersi cura dei cittadini tutti, delle cittadine tutte.
Dove nasce la violenza che uccide Stefano, che ha ucciso Federico e che ha messo a termine la vita di Aldo e, tanti e tanti anni fa, anche quella di Franco Serantini, di Giorgiana Masi…
Certo, erano tempi difficili quelli, gli anni ‘70 “nati dal fracasso”, quelli dove lo scontro politico era acceso. Non era e non dovrebbe essere stato mai un alibi per picchiare a morte Franco e lasciarlo morire in un coma solitario nella cella quel 7 Maggio 1972…
Ora parliamo di un ragazzo fermato perché i carabinieri trovano su di lui un po’ di “erba”. E’ possibile che da un arresto ne derivi una morte? E’ inaccettabile, impossibile da concepire, e per questo muove al ribollire del sangue e all’indignazione di ogni poro della nostra pelle il fatto che Stefano non ci sia più.
Che tipo di gestione dell’ordine pubblico si è venuta formando in questi anni in Italia? Quale linea è stata oltrepassata? Di sicuro una linea legale se si guarda alla Costituzione, non se si mette lo sguardo alla repressione sulle droghe leggere equiparate a quelle pesanti, e se si tratta come un pericoloso spacciatore un giovane di 31 anni che rientra a casa all’1.30 del mattino e che, a vista d’occhio, non sta facendo nulla contro persone o cose.
E, comunque, dopo averlo fermato, il potere non è ancora contento e si accanisce su di lui, lo fa diventare un mostro o qualcosa di simile. Forse così lo vedono i suoi aguzzini. Forse così lo vedrebbero anche molti ignoranti e bigotti sostenitori dell’ordine, della sicurezza e della disciplina.
Bell’ordine, bella sicurezza, bella disciplina! Che uccidono un ragazzo, che negano una giovane vita, che violano quella Legge (con la “elle” maiuscola!) che tanto esaltano come principio assoluto di giustizia.
Ed invece Legge e Giustizia molto spesso sono compagne separate, che si incontrano incatenate dalla volontà di un codice, ma non da quella della verità.
I genitori e la sorella di Stefano, ma pure noi tutti, abbiamo bisogno di sapere, di conoscere chi lo ha ucciso, come questo sia avvenuto e cosa abbia mosso alla violenza efferata che ha reso il sorriso di un trentunenne una mesta, triste apertura di labbra che sembrano chiedere un ultimo disperato tentativo di aiuto.

domenica 25 ottobre 2009

VELENI IN CALABRIA: IL GOVERNO NON OCCULTI

di Paolo Ferrero e Ciro Pesacane

In un recente testo dell'antropologo calabrese Mauro Minervino, significativamente intitolato “La Calabria Brucia”, viene rappresentata con crudezza ed in modo spietato la drammaticità delle tante emergenze che opprimono una regione simbolo del nostro meridione. Nel volgere di poche settimane, dopo un lungo periodo di oblio, la Calabria si risveglia oggi con una sovraesposizione sulla stampa e sui media nazionali ed internazionali per i tanti casi di avvelenamento che la stanno devastando e “bruciando”.
Questi danni, nel frattempo, prodotti dalla società globalizzata e senza limiti ma non solo, stanno progressivamente risvegliando una serie di iniziative di ripresa delle trame dei movimenti sociali che dal basso, con le sole armi del libero esprimersi, della contestazione del potere e dell’opinione dominante, pretendono che sia ristabilita una verità ampiamente e silenziosamente conosciuta sul territorio ma pubblicamente segnalata da pochi. Per questo facciamo nostro l'appello “Riprendiamoci la vita, vogliamo una Calabria pulita!“ che è anche il filo conduttore di un rinnovato attivismo messo in piedi da associazioni e comitati per ribadire la necessità non “di rassicurazioni ma di verità provate e dimostrate”.
Ed è un elenco impressionante quello denunciato fatto di nefandezze e di ferite inferte alla terra, al mare ed alla gente di Calabria: dall'inquinamento dovuto all'interramento di rifiuti radioattivi, alle navi affondate con tutto il loro carico di veleni (quasi certamente scorie tossiche e nucleari); dall'utilizzo di materiale tossico nella costruzione di edifici pubblici e privati, alle fabbriche dei veleni e di morte per centinaia di lavoratori. Amantea, Cetraro, Crotone e Praia a Mare sono i primi nomi di località “bruciate” e indelebilmente segnate che potranno essere riabilitate solo se, di fronte a questi disastri ecologici accertati, il governo nazionale, che finora non si è mosso per come avrebbe dovuto fare con atti straordinari ed urgenti, stanzierà i fondi necessari ed avvierà tutte le azioni utili per avviare le bonifiche.
Ma, su questo, occorre sottolineare un fatto. Il governo sta chiaramente ostacolando la possibilità di fare piena luce sull’affondamento delle navi cariche di veleni nel Tirreno perché dal carico di queste navi emergerebbe una sola verità: che la malavita organizzata ha operato per conto delle grandi industrie del nord e dello stato uno “smaltimento irregolare” di residui di lavorazione e forse di scorie nucleari. Nell’utilizzo del territorio e del mare calabrese come se fosse una discarica si evince quell’intreccio tra borghesia, mafia e stato che caratterizza il blocco dominante di questo paese.
D'altronde, nella dissoluzione delle comunità meridionali, è cresciuta ed è emersa con forza una classe politica non solo indifferente ed insipiente ma protagonista ed artefice della dissoluzione del sud: quella che alcuni hanno giustamente definito la cricca, una forma di casta meridionale, un ceto politico che scientemente, pur di perseguire i suo scopi negletti, ha concorso e concorre, in collusione con industriali, speculatori di ogni risma e con mafiosi (come le indagini della magistratura dicono sia successo sul Tirreno cosentino), alla devastazione dei territori ed alla distruzione ed avvelenamento delle coste e dell'ambiente, uccidendo persino la speranza delle nuove generazioni. Una vera e propria forma di sciacallaggio. Non si può pensare in altro modo a quanti, nella crisi che attanaglia il sud colpito da una forte ripresa del fenomeno migratorio, pur di mantenere il potere e raccattare voti e consensi, hanno utilizzato ed utilizzano di tutto e di più: promesse ed estorsioni per il lavoro, intrallazzi vari, clientele secondo la logica del “ne sistemi uno per ricattarne mille”, e fondi, soldi, tanti soldi pubblici per gli amici e compari “prenditori” e sostenitori.
Contro questi sciacalli, contro il perverso intreccio tra politica e tra economia “legale” e illegale, vogliamo insistere nel rimettere in moto un circuito di partecipazione diretta alla vita sociale e politica delle popolazioni delle regioni meridionali: per questo partecipiamo ed aderiamo convinti alla manifestazione nazionale del 24 ottobre ad Amantea.

domenica 18 ottobre 2009

MECCANICI, SCIOPERO OVUNQUE

Rinaldini (Fiom): «Cisl e Uil riflettano, i lavoratori non sono merce». Fabbriche ferme per il secondo giorno: si chiede il referendum.

«Invitiamo Federmeccanica, Fim e Uilm a riflettere perché non è possibile imporre un contratto nazionale, riducendo le lavoratrici e i lavoratori alla dimensione di merce. La dignità del lavoratore e della lavoratrice non è in vendita per nessuno». E' deciso Gianni Rinaldini, all'indomani della firma dell'accordo separato. Il segretario generale della Fiom parla nel giorno in cui si moltiplicano le proteste in tantissime fabbriche: i lavoratori dicono no al contratto siglato dalle altre due organizzazioni, e chiedono di poter esprimersi con il voto. Il referendum, d'altra parte, è richiesto da tutta la Cgil: il segretario Guglielmo Epifani si era espresso a poche ore dalla firma, sollecitando «un atto di responsabilità» a Cisl e Uil.
I fiommini sono determinati: adesso il conflitto è destinato a salire, un po' in tutta Italia, e quel che è certo è che i metalmeccanici della Cgil agiranno almeno su due fronti. Il primo è quello legale: la Fiom intende fare causa alla controparte per il fatto che il contratto firmato unitariamente da Fim, Fiom e Uilm è ancora vigente, e la stipula di quello separato non basta di per sè stesso a farlo decadere. Al momento, tecnicamente, i lavoratori avrebbero così due contratti: uno firmato da tutte le organizzazioni rappresentative, e l'altro dalle sole categorie di Cisl e Uil. Un bel rompicapo che, ovviamente, le imprese intendono risolvere ignorando l'attuale contratto vigente (quello firmato anche dalla Fiom).
Il secondo fronte su cui combattere è quello dei conflitti in fabbrica, per evitare l'applicazione del contratto separato e magari riuscire a ottenere un accordo migliorativo, più coerente con la piattaforma per il rinnovo che la Fiom ha presentato insieme a quella di Fim e Uilm (e che le imprese non hanno neppure voluto cominciare a discutere). Insomma, agire come fu per i cosiddetti «pre-contratti», esperienza abbastanza fruttuosa che, qualche anno fa, accompagnò l'ultima divisione tra le tre sigle: in quell'occasione la Fiom spuntò nelle singole aziende, o anche in realtà di gruppo, aumenti ragguardevoli.
Riportiamo dunque alcuni (solo alcuni, per ovvi motivi di spazio) degli scioperi effettuati anche ieri, dopo quelli spontanei di giovedì. Secondo Rinaldini, «mandano un messaggio all'intero Paese: Non siamo disponibili all'esproprio della democrazia, al diritto di parola e di voto sul nostro contratto».
L'iniziativa di lotta - segnala la Fiom - si è estesa con particolare ampiezza in Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. A Pontedera, nel pisano, 1.500 lavoratori della Piaggio hanno scioperato per 3 ore, dando vita a un corteo che, partendo dai cancelli della fabbrica, ha raggiunto il centro della città.
Ad Ancona, i lavoratori Fincantieri, in sciopero per oltre 2 ore, sono usciti dallo stabilimento improvvisando un corteo che ha percorso l'intera area portuale. In Fincantieri sono stati effettuati scioperi anche a Marghera, Sestri Ponente e Monfalcone (Gorizia).
In Lombardia abbiamo scioperi che vanno dalla mezz'ora attuata alla Abb di Vittuone, nei pressi di Legnano, alle 2 ore di blocco dello stabilimento brianzolo della Candy. Stop anche nei siderurgici della Marcegaglia, gruppo che fa capo alla famiglia della presidente di Confindustria: un'ora di sciopero giovedì a Milano e un'altra ora venerdì a Mantova.Ferme pure la Magneti Marelli di Legnano (2 ore), la Peg Perego (Brianza-Monza), la Abb e la BTicino a Bergamo, la Whirlpool di Cassinetta (Varese) e la Faema di Milano. A Brescia hanno scioperato più di 60 stabilimenti.
Un'ora di sciopero è stata realizzata alla Sevel di Atessa (Chieti), del gruppo Fiat. Scioperi e presidi anche nel ternano e nel perugino: si è fermata pure la Thyssenkrupp di Terni.

lunedì 12 ottobre 2009

AL LAVORO PER LA COSTRUZIONE DELLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA COMUNISTA E ANTICAPITALISTA

La Federazione comincia a prendere forma. Il segretario nazionale Paolo Ferrero, durante la direzione nazionale di mercoledì 7 ottobre, ha infatti proposto un intenso ruolino di marcia che ci porterà a fine autunno 2010 ad un congresso della Federazione stessa. Queste le tappe: a fine novembre un’”assemblea di ritorno”, rispetto a quella del 18 luglio, per avviare la parte costituente della federazione; da subito assemblee sui territori con le stesse modalità utilizzate per l’iniziativa del 18 luglio; nel corso dell’anno un lavoro politico e anche organizzativo (tesseramento). Prima dell’assemblea di fine novembre secondo il segretario occorre però un Cpn e quindi i documenti sulle regole ed il manifesto politico dovranno essere chiusi entro fine ottobre. Inoltre a breve anche un’assemblea nazionale dei segretari di circolo (proposta avanzata da Stefano Zuccherini e accolta dal segretario in sede di replica).
Sulle regole e sul gruppo di lavoro che se ne occupa, ha relazionato il responsabile nazionale Organizzazione Claudio Grassi. Due le fasi in discussione. La prima che va da oggi al congresso costituente, la seconda che riguarda la federazione vera e propria. Per quanto riguarda la prima fase si sta discutendo di un coordinamento nazionale per quote pattuite dai soci fondatori, non superiore a 50 unità; di un esecutivo nazionale, composto da un massimo di 10 fra compagne e compagni; di una/un portavoce, una sede in viale del Policlinico ed un ufficio stampa. Si pensa anche ad uno statuto provvisorio e si sta valutando se tradurre a livello locale la stessa struttura utilizzata a livello nazionale. C’è la anche previsione di un tesseramento autonomo, ma chi è iscritto ai partiti e movimenti che aderiscono lo è di diritto anche alla federazione. Per quanto riguarda la seconda fase, e cioè gli organismi definitivi, si pensa ad una quota riservata ai soci fondatori, l’altra parte agli iscritti alla federazione. La discussione è comunque ancora in corso.

sabato 3 ottobre 2009

TRAGEDIA MESSINA – FERRERO PRC: “PROFONDO CORDOGLIO. QUESTO ACCADE CON GOVERNO CHE ANTEPONE GRANDI OPERE A SICUREZZA”

“Esprimo il profondo e sentito cordoglio di tutto il Partito della Rifondazione comunista e mio personale nei confronti delle vittime innocenti della catastrofe naturale che si è abbattuta sul messinese e dei loro famigliari colpiti da questo drammatico disastro.
Siamo una volta ancora al cospetto di un disastro annunciato, dovuto alla mancanza di volontà e di capacità di mettere in sicurezza il territorio – la sola, vera grande opera pubblica da realizzare nel Mezzogiorno e non solo – dopo che soli due anni fa un evento analogo aveva fatto squillare tutti gli allarmi del caso, come denunciano gli amministratori locali.

E’ il frutto letale della politica del tandem Berlusconi/Lombardo, che antepone interessi speculativi, scudi fiscali, progetti faraonici, annunci e le esibizioni mediatiche a una seria e concreta azione di programmazione e messa in sicurezza del territorio. Solo i fondi dissipati per l’inutile e fastosa progettazione del ponte sullo stretto avrebbero potuto consentire di salvare oggi molte vite”.

sabato 26 settembre 2009

FERRERO PRC A NAPOLITANO, PRESIDENTE NON FIRMI LO SCUDO FISCALE

Il segretario del Prc si appella con una lettera al Quirinale perché non controfirmi la legge sul "maxicondono nei confronti dell'esportazione di capitali all'estero, degli evasori, dei bancarottieri, in discussione in questi giorni al Senato della Repubblica e che presto arriverà anche alla Camera dei Deputati per la sua definitiva approvazione

Con una lettera aperta inviata ieri sera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lettera pubblicata sulla prima pagina del quotidiano 'Liberazione' sotto il titolo "Lo scudo fiscale è un'amnistia. Signor Presidente, ne valuti appieno la costituzionalità", Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se, si rivolge direttamente al capo dello Stato, chiedendogli un intervento netto e fermo che valuti i requisiti di costituzionalità, quando gli verrà sottoposto per la consueta firma di vidimazione, a un provvedimento, quello varato dal governo Berlusconi, il cosiddetto "Scudo fiscale", in discussione in questi giorni al Senato della Repubblica e che presto arriverà anche alla Camera dei Deputati per la sua definitiva approvazione.
Nella lettera inviata a Napolitano, Ferrero scrive: "Non sono tra coloro che si rivolgono in ogni occasione al Presidente della Repubblica perché intervenga a sanare le illegittimità del Governo o gli orrori imposti al Parlamento dalla sua maggioranza. Conosco e rispetto ruoli, garanzie, funzioni, autonomie dei differenti poteri dello Stato. Conosco e rispetto le valutazioni che fondano l'istituto della promulgazione. A tal fine mi permetto di chiederLe di valutare appieno l'incostituzionalità del procedimento del così detto "Scudo Fiscale" che, a mio avviso, ne impedisce la promulgazione".

Per Ferrero "ci troviamo di fronte, infatti, ad una vera e propria amnistia; un maxicondono nei confronti dell'esportazione di capitali all'estero, degli evasori, dei bancarottieri. Vi è, tra l'altro, un aspetto molto rilevante di diritto penale, in un settore molto aspro e delicato quale quello dei reati economici e fiscali. Se ci troviamo, allora, di fronte ad una vera e propria amnistia, contesto il fatto, molto evidente, che non siano state adottate procedure di discussione, approvazione, maggioranza qualificata previste per legge".

sabato 19 settembre 2009

VIA LE TRUPPE, ORA, SUBITO, IMMEDIATAMENTE!!!

Drammaticamente niente di nuovo nello scenario della guerra afghana. Un ennesimo attentato dei talebani distrugge due veicoli “Lince” delle nostre truppe e provoca 6 morti tra i parà della Folgore e altri 4 feriti, questi ultimi non in pericolo di vita. Ci sono poi anche 10 morti tra i civili afghani e 55 feriti. Uno scenario grigio, denso del fumo che si leva dalle auto che bruciano, buchi nel terreno, grida e urla come sempre.
Scrivendo ancora una volta sugli attentati nelle zone di guerra, che ipocritamente vengono chiamate “democrazie ristabilite” o luoghi per le “missioni di pace”, è difficile esprimere sentimenti, concetti e auspici diversi da quelli già scritti in passato.
Tante e tante volte abbiamo detto che le vere missioni di pace non si fanno con soldati armati di tutto punto, sempre sull’allerta dell’attacco del nemico e con l’aperta ostilità della popolazione locale.
Le cronache sono diverse: c’è chi, a destra, parla di ruolo internazionale di pace dell’Italia e di fedeltà all’Alleanza Atlantica e agli Usa, e chi, a sinistra, definisce tutto questo un prezzo da pagare all’imperialismo americano e agli equilibri mondiali che Washington tenta di disegnare nella grande scena del riposizionamento delle potenze emergenti come la Cina, l’India e il Giappone.
Se poi fosse anche timidamente vero che i nostri soldati sono in Afghanistan per difendere la “democrazia”, ciò andrebbe a scontrarsi con l’assetto istituzionale che gli Stati Uniti hanno imposto a Kabul con il plenipotenziario Karzai, rieletto proprio in questi giorni con un voto che l’Unione Europea definisce “frode”, mettendo in forse ben un milione di voti ricevuti dal vicerè di Kabul che non riesce, con la sua polizia, a controllare neppure la capitale.
Le zone meridionali del paese sono completamente in mano alla guerriglia talebana e non servono i bombardamenti della Nato a sconfiggere questa resistenza armata che si fa sentire ogni giorno e che, purtroppo, mette in discussione ogni tipo di sicurezza per le forze schierate dalla coalizione già detta “dei volenterosi”.
Una volontà di espansione economica, non certo di allargamento dei diritti sociali e civili degli afghani che vivono in un inferno di passaggio tra il passato teocratico degli studenti coranici, ancora ben presenti nella loro vita, e un futuro di corruzione politica che promana tutto dal nuovo ordine costituzionale.
Piangere la morte dei nostri soldati è gesto pietoso che lasciamo al dolore delle famiglie. E’ anche inutile fare i grilli parlati, ripetere alla noia che dobbiamo ritirarci immediatamente dalle operazioni militari in Afghanistan e riportare le truppe entro le nostre caserme.
Il Governo sa che, come comunisti, chiediamo da sempre il ritiro delle truppe hic et nunc. Il Governo sa, ma piangerà invece lacrime di coccodrillo e dirà che la grande crociata per la democrazia continua e che la stabilità sociale dell’Afghanistan dipende anche dalla presenza italiana ad Herat, a Kabul e in quelle vie dove saltano in aria i nostri mezzi con a bordo i soldati.
Non è una pioggia di parole retoriche dirlo, anche se può sembrare ripetitivo e inutile: è necessario disimpegnarsi da qualunque teatro di guerra. Anzitutto per rientrare nel pieno rispetto della Costituzione della Repubblica, e riconsegnare alle Forze armate il loro ruolo di esclusiva difesa del Paese da offese esterne. In secondo luogo per disconoscere la politica di occupazione americana (e non solo) dell’Afghanistan che ha tutto il diritto, dopo una guerra di aggressione, di vivere la sua faticosissima ricostruzione con aiuti internazionali che non siano portati con i fucili e con i carri armati, ma da associazioni umanitarie, capaci di farsi riconoscere come tali dalla popolazione e quindi di entrare in completa sintonia con i bisogni di ogni bambino, di ogni donna e anziano che oggi soffrono le pene più tremende a causa di attentati che hanno luogo solamente per la presenza occupante di truppe straniere.
L’Italia ha già umiliato per troppi anni i suoi princìpi costituzionali, la sua propensione al pacifismo nata dopo la Seconda guerra mondiale unitamente alla risoluzione diplomatica delle controversie internazionali.
E non c’è stato esecutivo che non si sia rifiutato di sostenere l’imperialismo statunitense che, in Afghanistan, mantiene saldamente le sue postazioni con la benedizione di Barack Obama che, in questo caso, segue la linea tracciata da George W. Bush, ed anzi aumenta la presenza militare a stelle e strisce sul suolo di Kabul.
Se vogliamo evitare da tutte le parti nuovi lutti, nuove tragedie, ritiriamo le truppe. Ora, subito, immediatamente, con una decisione unilaterale. Ma per fare questo occorre un impegno pacifista di un popolo che costringa un governo guerrafondaio a questa mossa.
Con l’autunno può ricominciare a rinascere la coscienza sociale anche su questo versante, rifacendo sventolare le bandiere della pace dai nostri balconi, riscendendo nelle piazze per creare una crisi vorticosa che faccia implodere la maggioranza parlamentare e determini la fine, se non del berlusconismo, almeno di Berlusconi e soci.

lunedì 14 settembre 2009

COMITATO POLITICO NAZIONALE - DOCUMENTO CONCLUSIVO

La crisi capitalistica sta mostrando in modo sempre più evidente i suoi caratteri di crisi strutturale. Le misure assunte dai governi mondiali hanno probabilmente messo a riparo il sistema da verticali collassi finanziari ma non sono in grado di rimetterne in moto lo sviluppo. Il contesto in cui siamo chiamati ad agire nei prossimi anni è quindi un contesto di stagnazione economica prolungata.

La crisi non è però caratterizzata solo dalla recessione. In Italia, mentre il sistema bancario è stato messo sotto protezione dal governo, gli altri settori sono sottoposti ad una gigantesca ristrutturazione che accentua le politiche messe in atto nel ciclo ascendente della globalizzazione: ulteriore precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, delocalizzazioni, concentrazioni, speculazioni fondiarie.
L’intreccio tra recessione e ristrutturazione sta determinando una massiccia espulsione di lavoratrici e lavoratori dal mondo del lavoro. Dall’inizio della crisi abbiamo perso quasi un milione di posti di lavoro. Ad oggi questo fenomeno non è ancora pienamente visibile perché si è scaricato soprattutto sul lavoro precario e perché vi è stato un grande uso di Cassaintegrazione in deroga. A partire dall’autunno la perdita di posti di lavoro è destinata ad accentuarsi con licenziamenti e mobilità.

Parallelamente il governo Berlusconi sta tagliando la spesa del settore pubblico e del welfare: dalla scuola alla sanità ai trasferimenti agli enti locali, aprendo così spazi al settore privato. I tagli all’istruzione e alla ricerca, così come quelli al Fondo Unico per lo Spettacolo, determinano non solo una precarizzazione ed espulsione di massa dal lavoro, ma incidono sulla qualità della scuola pubblica, limitano il pluralismo, determinando complessivamente un impoverimento culturale del paese e aprendo artificialmente spazi al settore privato.
Il governo, in generale, non ha politiche finalizzate all’uscita dalla crisi. Non mette in atto politiche anticicliche ma aspetta la ripresa mondiale – tedesca in primo luogo – per far trainare da quella la ripresa dell’economia italiana. Il governo interviene quindi all’interno della crisi, in particolare per utilizzare la crisi al fine di attuare una modifica strutturale dei rapporti di forza tra le classi e una riduzione strutturale della democrazia nel paese. Un progetto che ha al centro la messa in discussione del contratto nazionale di lavoro e la volontà di costruire un modello sociale neocorporativo in cui il sindacato non è più autonomo rappresentante delle lavoratrici e dei lavoratori ma co-gestore di servizi privatizzati. Un progetto in cui l’attacco al contratto nazionale, al diritto di sciopero, alla magistratura, alla libertà di stampa, il razzismo di stato, le politiche securitarie, l’attacco alla laicità dello stato e all’autodeterminazione delle donne, costituiscono le varie facce di uno stesso disegno: la distruzione delle autonomie dei soggetti sociali e la gestione autoritaria della frantumazione del conflitto, nel superamento sostanziale del quadro costituzionale nato dalla lotta antifascista.
Berlusconi usa quindi la crisi come “crisi costituente”, puntando alla realizzazione di un organico disegno di destra, in cui le politiche economiche, sociali e i modelli ideologici di riferimento hanno un elevato grado di coerenza interna. Questo disegno dobbiamo contrastare e sconfiggere nella piena consapevolezza che le opposizioni parlamentari, divise tra un centro cattolico, un centro sinistra moderato e un centro sinistra populista, non sono in grado di contrastare efficacemente il governo perché non sono portatrici di un progetto alternativo di uscita dalla crisi. Parallelamente le ipotesi alternative al berlusconismo che stanno maturando nelle classi dirigenti e nella stessa maggioranza parlamentare, non hanno oggi forza politica autonoma. L’uscita a sinistra dalla crisi e la sconfitta del berlusconismo, nel suo impasto clerical-fascista di politiche antidemocratiche, classiste e sessiste, sono quindi, gli obiettivi immediati che abbiamo dinnanzi.

Ripartire dal conflitto sociale
Il principale terreno di iniziativa politica è quello della costruzione dell’opposizione sociale. Il governo ha meno difficoltà a reggere lo scontro politico ma è invece assai vulnerabile sul terreno sociale. I caratteri populistici del berlusconismo reggono la polemica politica, assai meno la contestazione scoiale. Anche per questo motivo, l’organizzazione consapevole del conflitto sociale è la nostra priorità politica di fase.
Le vertenze, le mobilitazioni e le pratiche di conflitto delle ultime settimane segnano un punto di svolta anche sul terreno simbolico. L’azione collettiva può tornare ad essere nella coscienza di massa strumento efficace per il cambiamento: il caso della INNSE ha evidenziato in modo plastico questa possibilità.
E’ quindi decisivo che le lotte per l’occupazione non vengano lasciate sole, che si costruisca il massimo di visibilità della lotta, di solidarietà attorno ad esse.
La costruzione di una efficace risposta di lotta, fabbrica per fabbrica, provveditorato per provveditorato, quartiere per quartiere è un punto di partenza decisivo per arrivare alla connessione delle lotte, alla costruzione dei comitati unitari contro la crisi e di un movimento politico di massa per l’uscita dalla crisi da sinistra.
Il blocco dei licenziamenti, l’assunzione dei precari nella scuola e nel pubblico impiego, l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori e le lavoratrici che perdono il posto di lavoro, la creazione di un salario sociale per le/i disoccupate/i, la richiesta di un aumento salariale e del trattamento pensionistico generalizzato, la lotta alla precarietà, sono i punti principali della costruzione di un movimento di massa che coinvolga lavoratrici/ori, occupate/i, cassaintegrate/i, licenziate/i, disoccupate/i. La costruzione di un movimento di massa è l’obiettivo, il suo punto di partenza sono le singole lotte.
Il partito deve ritrovare la sua utilità sociale dentro questo processo.
Così come è fondamentale il ruolo della Cgil e dei sindacati di base.
Per la CGIL è necessaria una chiarificazione di fondo che la faccia uscire dal guado. Nella situazione attuale infatti la Cgil si oppone giustamente alle politiche del governo ma senza mettere in campo una politica sindacale in grado di costruire i rapporti di forza con cui contrastare il governo.
Il punto su cui riteniamo necessario lavorare è quello della massima unità delle forze politiche e sindacali nella costruzione di una efficace mobilitazione sociale contro la crisi, il governo e la Confindustria.

La cura nella costruzione delle lotte, la proposizione delle forme di lotta più radicali come più efficaci, la definizione della piattaforma sindacale più avanzata costituiscono punti decisivi ma non sufficienti: occorre avanzare una proposta di uscita da sinistra dalla crisi che abbia le caratteristiche dell’alternativa, di un diverso progetto di società, la cui qualità non è misurabile in termini di PIL. Di fronte al fallimento della globalizzazione capitalistica abbiamo l’obbligo di proporre una alternativa al berlusconismo e ai cedimenti e ai balbettii della sinistra moderata e populista. La costruzione delle lotte e del progetto di alternativa sono i terreni su cui partire per costruire l’unità di tutte le forze della sinistra anticapitalista. C’è uno spazio enorme lasciato vuoto da un PD che non sa produrre una opposizione efficace avendo proposto per oltre un decennio una versione morbida del neoliberismo che ci ha portati dentro la crisi.
Il progetto di uscita a sinistra dalla crisi si deve basare su alcuni punti di fondo: redistribuzione del reddito e lotta all’evasione fiscale, redistribuzione del lavoro con riduzione dell’orario di lavoro, intervento pubblico in economia finalizzato ad una riconversione ambientale e sociale della produzione, superamento della divisione sessuata del lavoro di riproduzione sociale, allargamento dei beni comuni, drastica riduzione delle spese militari e riconversione dell’industria bellica.

In questa prospettiva dobbiamo avanzare alcune proposte di legge su cui fare una campagna di massa: estensione degli ammortizzatori sociali alle categorie di lavoratrici e lavoratori che attualmente ne sono escluse e salario sociale alle/ai disoccupate/i; superamento della legge 30 e della Bossi Fini; contrasto alle delocalizzazioni produttive; estensione e miglioramento della Prodi bis con previsione dell’intervento pubblico nella gestione delle aziende in crisi; difesa del contratto nazionale e estensione della democrazia sui posti di lavoro; piano di riconversione ambientale delle produzioni; rilancio della sanità pubblica; piano di manutenzione straordinaria degli edifici pubblici e loro alimentazione con energia solare.
Questi contenuti programmatici, di contrasto alla crisi e di rilancio del welfare, devono anche costituire il terreno su cui aprire il confronto nella sinistra e incalzare il centrosinistra in vista delle elezioni regionali.
Costruire la Federazione della sinistra di alternativa
Il Cpn decide di assumere l’indirizzo emerso nell’assemblea del 18 luglio scorso di porsi l’obiettivo della costruzione della federazione della sinistra di alternativa. Nella piena conferma del mantenimento del Partito della Rifondazione Comunista per l’oggi e per il domani, la scelta della federazione è quella della costruzione di una soggettività politica avente una massa critica efficace al fine di costruire un polo di sinistra anticapitalista autonomo dal PD e alternativo al suo progetto strategico.
Anche i recenti risultati elettorali della Linke nelle elezioni regionali indicano, nel permanere delle due sinistre, la necessità di questo processo unitario, di aggregazione delle forze della sinistra anticapitalista e comunista; un processo credibile se basato su un programma realmente alternativo, che coinvolga sin dall’inizio in modo aperto tutte le forze politiche, sociali, culturali, associative, singole e singoli disponibili a costruire un polo politico autonomo dal Pd e portatore di un progetto strategicamente alternativo. Un polo della sinistra di alternativa che - nel quadro delle due sinistre - assuma come fondative e discriminanti la connessione tra anticapitalismo, critica al patriarcato, riconversione ambientale e sociale dell’economia, antirazzismo, pacifismo, solidarietà internazionale, lotta contro l’omofobia, critica della politica come attività separata.
Se l'alternatività dei contenuti, del programma, delle proposte è l'elemento centrale, non secondaria è la modalità con cui si procede nel dare vita alla Federazione.
Si tratta di una proposta unitaria, volta ad archiviare una stagione di scissioni, che può darsi solo come processo partecipato e democratico, che deve coinvolgere a pieno titolo e sin dall'avvio tutte le realtà disponibili sia a livello nazionale che territoriale, recuperando le relazioni e le sperimentazioni della Sinistra Europea; un processo realmente partecipato da costruire sulla base di un lavoro politico comune, articolato e sperimentato nei territori e radicalizzato nei conflitti, a partire dalle lotte per il lavoro e per la giustizia sociale.
Per questo è necessario costruire, con tutti coloro che sono disponibili nazionalmente e localmente, assemblee territoriali di presentazione ed articolazione della proposta della Federazione. Tale percorso deve partire da subito in modo da rendere possibile un primo momento di bilancio con una assemblea nazionale prevista per fine autunno.
Il CPN dà inoltre mandato alla segretaria di comporre, con le altre forze che promuovono la Federazione, i due gruppi di lavoro indicati dall'assemblea del 18 luglio, al fine di predisporre una bozza di "Manifesto"della Federazione e di "regole"per il funzionamento della stessa.

Sconfiggere il bipolarismo per uscire dalla seconda repubblica berlusconiana.
I due obiettivi principali dell’autunno sono la costruzione di un efficace conflitto sociale e l’avvio del processo di costruzione della federazione della sinistra di alternativa. In sinergia con questi obiettivi, occorre aprire una campagna di massa, che duri nel tempo, contro il sistema bipolare e contro questa legge elettorale che consegna nelle mani di pochi oligarchi la definizione di tutti i parlamentari. Il bipolarismo è il contesto in cui il populismo berlusconiano è nato e ha potuto esercitare il suo potere. In un sistema proporzionale Berlusconi – che è minoranza nel paese – non avrebbe la maggioranza dei parlamentari, non avrebbe il potere che ha ora e non sarebbe in grado di tenere unita la destra sotto la sua guida.
Il superamento del bipolarismo, la conquista di un sistema proporzionale “alla tedesca”, l’uscita dalla seconda repubblica, costituiscono un passaggio fondamentale per sconfiggere il berlusconismo e per superare questo “bipolarismo tra simili” che è alla base della crisi della politica e della sinistra.
E’ del tutto evidente che il bipolarismo, producendo una alternanza che ha visto i poteri forti stabilmente al centro del sistema, ha contribuito non poco alla distruzione della credibilità della politica. Nel sistema italiano l’alternanza non si è in alcun modo declinata come l’anticamera dell’alternativa ma anzi ha compromesso le ragioni e la forza dell’alternativa.
In secondo luogo, il bipolarismo, in presenza di una destra fascistoide come quella di Berlusconi, ha continuamente messo la sinistra di alternativa di fronte ad un bivio suicida: o fare l’accordo con le forze della sinistra moderata per battere le destre, trovandosi poi a gestire il paese su posizioni e con un personale politico impresentabile, oppure non fare l’accordo ed essere immediatamente additata come responsabile della vittoria di Berlusconi o in ogni caso considerata come voto “inutile”.
Dobbiamo lavorare a rompere questo meccanismo perverso, per la democrazia del paese e per la possibilità di costruire una sinistra in grado di costruire l’alternativa nel paese.
Nella piena consapevolezza che non esistono i presupposti per costruire una coalizione politica per governare il paese con le forze dell’attuale opposizione parlamentare, proponiamo quindi di costruire un accordo elettorale tra tutte le forze di opposizione disponibili a dar vita ad una brevissima legislatura di salvaguardia costituzionale. Un accordo che permetta di mettere in minoranza Berlusconi al fine di approvare una nuova legge elettorale proporzionale e una legge sul conflitto di interessi, per poi tornare a votare con le nuove regole.
Sconfiggere Berlusconi e superare la gabbia del bipolarismo costituiscono i nostri obiettivi di fase sul piano istituzionale.
Costruire l’alternativa, rilanciare la rifondazione comunista
E’ del tutto evidente che il berlusconismo non è solo un fenomeno istituzionale ma è l’autobiografia della nazione. La sconfitta del berlusconismo deve avvenire su tutti i piani: sociale, politico, culturale.
Da questo punto di vista, il rilancio della rifondazione comunista è un punto centrale perché solo dalla rinnovata critica del capitalismo e del patriarcato può nascere un pensiero che sia in grado di contrapporsi efficacemente ai valori di individualismo egoista ed impaurito che caratterizzano la crisi sociale e civile in cui prospera il berlusconismo.
Ci impegniamo quindi a rilanciare il processo della rifondazione comunista, a costruire momenti di elaborazione e di dibattito, al fine di costruire un progetto politico che sia in grado di presentare una sua analisi, una sua lettura della situazione attuale, una sua proposta non solo politica ma anche etica. Con ogni evidenza la crisi che viviamo oggi è sociale e morale, vede la distruzione di valori sino a poco tempo fa dati come condivisi, in un contesto in cui l’intolleranza, il razzismo e l’omofobia permeano significativi strati sociali. Per questo una proposta di alternativa non si situa solo a livello dei provvedimenti economico-sociali, ma pone il tema della ricostruzione del tessuto sociale in termini di civiltà di intreccio tra eguaglianza, differenza e rispetto delle diversità.
Il rilancio della rifondazione comunista non si può quindi esaurire nella pur necessaria verifica critica della nostra storia ma deve misurarsi sulla costruzione di una nuova narrazione, di un “pensiero forte” che sappia consolidare gli elementi essenziali di una cultura politica all’altezza dei tempi, capace di valorizzare le esperienze anticapitalistiche che maturano sul piano internazionale, tra cui spicca la costruzione del socialismo del XXI secolo che i compagni e le compagne latinoamericani hanno posto all’ordine del giorno.

Costruire la gestione unitaria del partito
Il Congresso di Chianciano non ha indicato solo una linea politica, che ribadiamo e che in questi mesi è venuta arricchendosi grazie all’apporto di tutti i compagni e le compagne ( basti pensare alla proposta della federazione), ma ha anche proposto immediatamente la gestione unitaria del partito. Questa non è stata immediatamente possibile e anzi abbiamo subito una scissione dolorosa quanto dannosa. Il tema della gestione unitaria è stato rilanciato dall’ultimo Comitato Politico Nazionale con un deliberato specifico. Oggi possiamo raccogliere i frutti di una lavoro unitario fatto in questi mesi con l’allargamento della segreteria e l’ingresso nella stessa di due compagni e compagne della seconda mozione.
Il rilancio della gestione unitaria si basa su due considerazioni:
- vi sono la necessità, l'urgenza, l'interesse , di valorizzare tutte le intelligenze, le energie, le disponibilità, le capacità, nella costruzione/definizione dei gruppi dirigenti. Il nostro partito ha bisogno di tutte e tutti.
- questo è obiettivamente possibile perché vi è una piattaforma politica largamente condivisa il cui sforzo di realizzazione e di proposizione all'esterno per la costruzione di azione sociale consapevole, deve prevalere su elementi di differenza che possono permanere.
La scelta della gestione unitaria è per noi da attuare sempre, ad ogni livello del partito, anche in risposta alle grandi difficoltà che stiamo affrontando.
La scelta che facciamo oggi di allargamento della segreteria vuole essere un segnale a tutto il partito per arrivare a ogni livello di direzione politica a forme di gestione unitaria e alla valorizzazione piena di tutti i compagni e le compagne. Con questa decisione vogliamo chiudere gli strascichi di un congresso durato troppo a lungo e impegnarci unitariamente per il pieno rilancio del Partito che passa anche attraverso un impegno straordinario – che dobbiamo realizzare in questi mesi – per il tesseramento e il sostegno a Liberazione. Ci siamo dovuti impegnare – subito dopo il congresso di Chianciano – per contenere i danni di una sciagurata scissione, così come siamo dovuti intervenire su Liberazione e sull’apparato centrale del partito per evitare che si creasse una situazione economica insostenibile per il partito.
Tutto questo è alle nostre spalle. Oggi occorre quindi lavorare per ricostruire il partito. E’ importante, a partire dalle assemblee sul tesseramento che si terranno a settembre e dal convegno nazionale che si terrà a metà ottobre, che tutto il partito si impegni per una grande campagna di iscrizione al partito e di diffusione di Liberazione.
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